Le Belve (recensione film)

Le Belve
Qui, comanda la Reína
di Francesca Magurno

Locandina del film

Ben (Johnoson) e Chon (Kitsch) sono due ragazzi molto diversi.
Ben è un botanico, buddista e filantropo; Chon è un ex marine reduce dall’Afghanistan. A dispetto delle differenze, i due condividono una profonda e sincera amicizia nonché l’amore per la stessa ragazza, Ophelia, detta O (Lively).
I due ragazzi si guadagnano da vivere spacciando la migliore marijuana del sud California. Lo spaccio avviene sotto la protezione di un agente DEA corrotto (Travolta).
Ben presto, la loro attività infastidisce la Reína Elena (Hayek) a capo del catello (della droga) della Mexican Baja. La Reína cerca, dapprima, di entrare in affari con Ben e Chon ma al rifiuto dei due, Elena incarica il suo braccio destro Lado (Del Toro) di rapire l’unico punto debole dei ragazzi: O.
Ben e Chon devono sottostare al volere di Elena per tre anni, al termine dei quali Ophelia verrà rilasciata.
I due decidono, però, che la ragazza è troppo importante e tentano il tutto per tutto pur di salvarla, dalle rapine allo stesso cartello Baja al rapimento dell’unico punto debole di Elena: sua figlia.

“Le Belve” è l’ultima fatica del due volte premio Oscar (per la miglior regia), Oliver Stone.
Il film è tratto dall’omonimo libro di Don Winslow, che ha collaborato con Stone scrivendo la sceneggiatura per il film.
Così come fa presagire il titolo, “Le Belve” è un film cruento, quanto il libro, più del libro.
Il mondo del narcotraffico è un mondo animale, di belve più che di uomini. Vige la legge della giungla in esso: sopravvive il più forte; chi non è capace di adattamento soccombe.
Il tema del narcotraffico tra USA e Messico, seppur sdoganato, resta un tema attualissimo di una realtà fatta di politici e agenti corrotti, di narcotrafficanti particolarmente influenti che tengono nelle loro mani le redini di gran parte della politica del sud degli Stati Uniti.
È uno dei maggiori problemi che affliggono l’America (e coloro che cercano di risolverlo) ma è qualcosa di vero (nudo e crudo) che esiste e su cui è giusto richiamare l’attenzione.

Punti di forza del film sono, sicuramente, i suoi interpreti.
Splendido il lavoro messo in atto dalla Hayek  nel creare un “cattivo” ma pieno di sfaccettature diverse, finanche contraddizioni: il sadismo che la contraddistingue si contrappone al ruolo di madre, al bisogno di una madre di avere sua figlia accanto, di avere un qualche tipo di rapporto con la figlia che, invece, la rifiuta, vergognandosene (la battuta che fa più presa su Elena è, probabilmente, quel “Potrei essere tua figlia!” di una Ophelia imprigionata, ormai, da qualche giorno).
Era dai tempi di Donatella Finocchiaro in “Galantuomini” che non vedevamo una donna in panni prettamente maschili.
Dopo la morte del marito, la Reína ha ereditato il cartello Baja. Ha dovuto lasciare il proprio ruolo di madre ed entrare in un mondo al maschile, privo di emozioni o sentimenti, quello che conta è il denaro, il prestigio, il potere; non conta quello che bisogna fare (forse dare la propria anima) per ottenerlo.
Allo stesso tempo, però, la Reína non appare mai nei luoghi dove vengono commessi gli efferati crimini che lei stessa decide.
Elena vive lontana dal mondo delle “belve”, vive rinchiusa nella sua villetta, circondata dagli agi e dai comfort, quasi come a volersi distaccare dalla realtà alla quale lei stessa appartiene.
Il lavoro sporco lo lascia nelle mani del suo braccio destro, Lado, aslias Benicio Del Toro.
Del Toro non è estraneo alla tematica del narcotraffico; come dimenticarsi la sua interpretazione in “Traffic” di Soderbergh. Ancora una volta Del Toro non delude le aspettative e si riconferma uno dei migliori attori della scena hollywoodiana.
Nota di merito anche per la Lively che mostra di affrancarsi dal ruolo della ricca e viziata Serena Van Der Woodsen (il suo ruolo in “Gossip Girl”, tv drama della CW). Bisognerà tener d’occhio i suoi prossimi lavori per vedere se manterrà le aspettative introdotte da questo film.

Altra nota caratteristica del film è il triangolo amoroso.
Mentre sono a cena, Elena dice ad O: “per quanto amino te, devono amarsi più fra di loro se accettano di condividerti”.
È, forse, la forza di questo legame che porta i personaggi a fare ciò che non avrebbero mai pensato di fare.
Ben e Chon vivono a Laguna Beach; i proventi dello spaccio di marijuana servono per condurre una vita quanto mai agiata, in una villa con piscina. Sono quanto più distanti dalla vita delle “belve” messicane.
Tutto cambia quando O viene rapita. Vendono tutte le loro proprietà per riscattarla. E quando ciò si rivela inutile, perfino Ben, che è buddhista e pacifico e cerca di risolvere tutti i contrasti nel mondo meno violento possibile e inorridisce al pensiero di dover uccidere un uomo, non si fa scrupoli nel condannare un uomo innocente (ma poi non così innocente) ad una morte brutale pur di arrivare al suo scopo.

Punto debole del film è, invece, il finale. Stone non ha il coraggio di essere “belva” fino in fondo e decide di lasciare una porta aperta alla speranza. Ma speranza di cosa? Di redenzione evidentemente no visto che la corruzione, la violenza, il narcotraffico non vengono risolti.
Forse la speranza che nonostante gli sbagli compiuti in passato, ci sono sempre porte aperte impreviste sul futuro.
Un po’ troppo buonista per il mondo delle “belve”.

Francesca Magurno

Le Belve
regia: Oliver Stone
Interpreti: Salma Hayek (Elena) Benicio del Toro (Lado) Blake Lively (Ophelia) John Travolta (Dennis) Aaron Johnson (Ben) Taylor Kitsch (Chon)
Sceneggiatura: Don Winslow, Musiche: Adam Peters, Scenografia: Thomas Woth
USA, 2012 Thriller, 131’, Universal Pictures
Valutazione: ***

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