La lotta alla mafia è donna

La festa internazionale della donna ricorre nello stesso mese di un altro evento importante, la giornata in ricordo delle vittime di mafia.

Vorrei unire, allora, in questo post, le due giornate, così significative, così importanti per la memoria storica, ricorrenze, quella dell’8 e quella del 21, che hanno bisogno di essere ricordate affinché ciò che successo, non accada più.

La mia tesi è che la lotta alla mafia è donna.
Supporto la mia tesi con cinque nomi di persone che vanno ringraziate ogni giorno. Sono cinque sindaci e rischiano la vita per 800 € al mese. 800 € che non sono neanche intascati ma riutilizzati e reinvestiti nel bene pubblico. Il bene pubblico in questione è quello del comune e di tutte le infrastrutture di cui un comune ha bisogno, per cui 800 € possono rivelarsi un tesoro miserrimo.
Le cinque donne che voglio elogiare in questo post vivono sotto scorta perché con i loro piccoli “no” locali partecipano ad una guerra più grande e secolare, quella della lotta alla mafia.

Maria Carmela Lanzetta sindaco di Monasterace (RC), un paesino nella Locride, eletta con una lista civica nel 2006, rieletta nel 2011. Il 15 maggio vince le elezioni, il 26 giugno le bruciano la farmacia. Riceve minacce di morte ogni giorno, circa un anno fa le hanno sparato contro la macchina. Intervistata da Repubblica queste sono le sue parole in merito al suo lavoro: “Per me libertà e possibilità di scegliere sono ragioni di vita. Sono calabrese ma sono italiana. Ho bisogno di sentirmi uguale a chi vive a Genova, a Padova. La Locride soffre perché ci tolgono le scuole, l’acqua costa e non ci sono investimenti per le reti idriche. Ho una grande rabbia dentro, enorme. Siamo poverissimi. Non ho i soldi per cambiare le lampadine dei lampioni per strada. I lavori di manutenzione li faccio con la mia indennità. Non chiedo, non mi piacciono i lamenti. Prima di chiedere do.”
A ripulirle la farmacia sono state Rosalba, Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, con straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone.
«Qua puliamo noi», le dissero.«Ma io come vi ripago?», chiese Maria Carmela Lanzetta.«Voi ci avete già ripagato, sindaco».

Carolina Girasole sindaco di Isola di Capo Rizzuto (KR), comune sciolto nel 2003 per infiltrazioni mafiose. “Vogliamo legalità e trasparenza. In comune quasi nessuno era entrato per concorso, tutti cooptati, inadeguati per numero e capacità. Ho riattivato i concorsi. Il controllo sugli atti. Stiamo lavorando con Don Ciotti sui terreni confiscati. Hanno bruciato tre macchine, anche quella di mio padre. Mi scrivono minacce di morte sui muri. Ho venduto il laboratorio, perso gli amici, mio marito non ha più clienti. Al posto della scorta ho chiesto due funzionari, non me li hanno dati.”

Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno (RC) eletta dopo il commissariamento per mafia e la rivolta dei migranti. “Sono tornata perché se tutti scappano non cambierà mai nulla, spero che più avanti i miei figli capiscano. Chiamano le donne a fare politica nei luoghi e nei momenti difficili pensando che siano più manovrabili, poi non le possono manovrare e le lasciano sole.” Sotto scorta da un anno. Il boss Rocco Pesce, ergastolano, le ha inviato una lettera scritta a mano e imbucata dal carcere, la busta era di quelle del Comune. “Ci eravamo costituiti parte civile in un grande processo contro la cosca. Abbiamo confiscato la casa di sua madre e suo fratello. Pesce mi ha scritto: lei è così giovane…. Hanno incendiato macchine, tagliato alberi, fatto a pezzi animali. Ma io non posso permettermi di avere paura. Questo è anche il paese delle pentite di mafia, Giusi Pesce e Maria Concetta Cacciola. Tutte queste donne, loro ed io, stiamo combattendo per i nostri figli. Loro per sottrarli a un destino scritto, io perché voglio che restino qui.”

Anna Maria Cardamone, sindaco di Decollatura (CZ) “Sono tornata in Calabria dopo 15 anni per amore della mia terra. Non c’era nessuna legalità amministrativa. Ho interrotto l’appalto di sempre sui rifiuti, ho lavorato alla trasparenza delle gare. Abbiamo risparmiato molto, così, e assunto 12 persone da decenni precarie sotto ricatto.”

Maria Teresa Collica, sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) “Abbiamo garantito la rotazione nei lavori di acquedotto e fognatura, di conseguenza quest’estate sono saltati tutti i tombini, sabotati. Abbiamo sforato il patto di stabilità e paghiamo una multa. La mia indennità è ridotta del 30 per cento, prendo 816 euro al mese.”

Ma i nomi da ricordare sono tanti, come quello di Rita Atria e della cognata Piera Aiello.
Rita Atria, figlia del boss Vito Atria della famiglia di Partanna, a 11 anni perde il padre, dal fratello Nicola raccoglie le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna. Nel giugno del ’91 Nicola Atria viene ucciso dalla mafia. Sua moglie Piera Aiello decide di collaborare con la giustizia.
A soli 17 anni, Rita decide di seguire le orme della cognata, cercando inizialmente vendetta per poi arrivare ad un vero desiderio di giustizia. Questo percorso di crescita interiore è innescato da una figura che la sostiene durante tutto il periodo di collaborazione con la giustizia, quella di Paolo Borsellino, a cui Rita si lega da amore filiale.
Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre deposizioni, hanno permesso di arrestare diversi mafiosi e di avviare un’indagine sul politico Vincenzino Culicchia, sindaco di Partanna per almeno 30 anni.
Una settimana dopo la strage di via D’Amelio, Rita si getta dal balcone della casa di Roma dove viveva sotto scorta. Il suicidio come unica arma contro la mafia,  per evitare che la Mafia la costringa a ritrattare; per evitare che la Mafia decida della sua vita e della sua morte, così come ha già fatto col padre, così come ha già fatto col fratello.
Rita ha voluto essere libera di decidere anche come morire.
Dal diario di Rita: Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.
Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combarrete la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.

Rita Atria
Rita Atria

Il coraggio dimostrato da questa ragazza di 17 anni, che è stata capace di lottare contro un mostro troppo più grande di lei, rinunciando finanche all’affetto della madre (che l’ha ripudiata e ne ha distrutto la lapide) deve essere d’esempio a tutti noi.

Anche Lia voleva essere libera. Sono gli anni ’80, siamo a Palermo e Lia è una ragazza di poco più di 20 anni. Ama l’arte, legge poesie, ascolta Guccini.
Una ragazza come tante altre, tranne per una cosa: Lia di cognome fa Pipitone, come quell’Antonino Pipitone, boss del quartiere Acquasanta di Palermo.
Lia ha l’animo, i desideri e la mentalità di una qualunque ventenne dei giorni nostri, ma nella Palermo degli anni ’80 nessuno poteva permettersi desideri, animo e mentalità come quelli di Lia.
Lia era lontana dalle logiche mafiose, dal clan, dalla famigghia. Voleva essere una ragazza libera. Libera di scegliere, libera di sbagliare, libera di vivere.
Quel desiderio di libertà viene infranto il pomeriggio del 23 settembre dell’83. Lia è vittima innocente di una rapina in una sanitaria.
Per anni questa è stata l’unica verità sulla sua morte. Una verità di apparenza, una verità comoda che ne copriva un’altra, una scomoda portata alla luce dal figlio di Lia, Alessio Cordaro e dal giornalista di Repubblica Salvatore Palazzolo.
La rapina è solo una messinscena, confessano alcuni pentiti nel 2003. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, che però viene assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci siano abbastanza prove, ma quei pentiti, stabiliscono i giudici, raccontano fatti “per sentito dire”.

Voglio fare il nome di un’altra donna, di un’altra giovane donna, Rossella Casini, fiorentina di Santa Croce, studente di psicologia.
Nel ’78 conosce e s’innamora di uno studente di economia Francesco Frisina, di Palmi. Ed è proprio nella cittadina calabrese che Rossella assiste a quello che per lei è un’azione insensata e incomprensibile, l’omicidio del padre di Francesco, Domenico Frisina, che Rossella scoprirà essere affiliata ad una ‘ndrina coinvolta nella guerra fra clan Condello e clan Gallico.
Rossella convince il suo fidanzato a testimoniare contro gli assassini del padre, lei stessa si fa interrogare, finché le indagini non arrivano a Reggio Calabria, dove il senso civico di Rossella si trova a lottare contro un mostro ancora più grande della Mafia, quello dell’Omertà.
Rossella, convocata dalla famiglia di Francesco, viene costretta a firmare una ritrattazione. È la sua condanna a morte: la sorella di Francesco, Concetta, ordina di fare a pezzi la straniera e Domenico Gallico e Pietro Managò eseguono. Rapiscono la ragazza, la fanno a pezzi e la buttano nel mare calabro.
La verità su Rossella viene celata per 13 anni, fino a quando tre testimoni di giustizia rivelano cosa è accaduto alla povera ragazza.

Sono tre storie diverse. Tre destini simili.
Ma di storie da raccontare ce ne sono migliaia (purtroppo!), non basterebbe lo spazio infinito di Internet.
Ho voluto riportare questi tre nomi perché non sono i Falcone, i Morvillo, i Borsellino.
Sono tre ragazze normali, che desideravano una vita normale e che si sono ritrovate a nascere nella famiglia sbagliata, ad incontrare l’uomo sbagliato.
Sono tre ragazze di cui non si sente parlare spesso e proprio per questo ho voluto riportarle con forza all’attenzione, affinché non se ne perda il ricordo; affinché le loro vite, i loro desideri, le loro idee possano camminare anche sulle nostre gambe.

Con il desiderio che le nostre donne possano assomigliare un po’ di più a loro e un po’ meno a tante altre… AUGURI DONNE!

FONTI:

http://archiviostorico.corriere.it/2013/gennaio/25/Donne_contro_ndrangheta_Sud_primavera_co_0_20130125_d603860a-66b9-11e2-a903-6f485e07bc85.shtml

http://www.repubblica.it/politica/2012/09/23/news/pd_inchiesta_de_gregorio_donne_sindaco_locride-43086031/

http://www.ritaatria.it/Home.aspx

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