Condannati al “viaggio”

Le traversate dei migranti che arrivano a Lampedusa mi hanno fatto venire in mente altre traversate, ugualmente pericolose: le traversate che i figli dell’Africa subivano incatenati nelle stive delle navi negriere.
All’epoca persone libere erano brutalmente ridotte in schaivitù dai bianchi, costretti ad abbandonare il proprio villaggio per un futuro di oppressione e morte. Molti non sapevano nuotare ma preferivano, quando riuscivano a liberarsi, abbandonarsi ai flutti che subire una non vita.

Barcone di migrantiOggi la situazione si è capovolta: si parte da una vita di stenti, molto spesso si rifuggono oppressioni e violenze per la prospettiva, non del tutto certa, di trovare miglior fortuna altrove. Queste persone decidono, e non credo lo facciano a cuor leggero, di abbandonare una terra in cui incontrerebbero la morte certa per la speranza di vivere una vita libera.
Prima di iniziare a vivere questa vita, però, devono affrontare il viaggio.
Ecco l’unica parte della vita dei figli dell’Africa che non è cambiata.
Che siano bianchi o africani stessi, i mercenari del mare rubano a queste persone tutto ciò che esse possiedono per pagare la traversata e molto spesso rubano loro anche la vita, il futuro, i sogni e le speranze.
Che siano navi negriere del ‘700 o i contemporanei barconi, ecco ciò che non è cambiato: l’orrore di una traversata finita male, l’angoscia della consapevolezza di non poter mai arrivare alla meta agognata.
E molto spesso, chi riesce a toccare terra, trova una nuova prigionia, all’interno del confine ristretto dei centri di prima accoglienza. Ma questa è un’altra storia.

I morti di Lampedusa

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