L’umanità che abita in Via d’estinzione

Si imbrattano targhe, statue e monumenti con la stessa facilità con cui si scrolla la bacheca di Facebook, senza soffermarsi sui contenuti che vengono condivisi.


La notizia è che, a Roma, le targhe delle strade dedicate a Nella Mortara e Mario Carrara, vittime del Manifesto della razza, sono state imbrattate. Notizie a cui ci siamo tristemente abituati, a partire dai messaggi di odio e violenza sui social rivolti contro la Senatrice Liliana Segre che, quotidianamente, lotta contro il razzismo ancora presente nella società. Lei che è stata testimone e vittima diretta di una società aizzata contro una ‘razza‘ e contro alcune ‘categorie‘, fino ad essere deportata nei campi di concentramento, dove ha perso tutta la sua famiglia. Lei che avrebbe tutti i diritti di odiare ma, come ha detto in occasione della conferenza Science for peace, organizzata all’Università Bocconi di Milano dalla Fondazione Umberto Veronesi, «io non perdono e non dimentico, ma non odio. E la trasmissione del non odio e battersi contro l’odio è un ammaestramento utile per i ragazzi e per tutti, perché l’atmosfera dovuta all’ignoranza e all’indifferenza, che è stata la regina del mondo di allora, c’è purtroppo anche oggi». Ecco il nocciolo della questione: la società tedesca che seguì Hitler nel folle piano antisemita era stata plagiata a partire dai presupposti di ignoranza e indifferenza. Quest’ultima soprattutto, perché coinvolge quelle persone che potrebbero avere un peso nel contenere il razzismo dilagante: scrollando la Bacheca Facebook e trovandosi di fronte un contenuto che invita all’odio, alla violenza, al razzismo, all’antisemitismo, fosse anche una ‘battuta’, non basta ‘fare la faccia indignata’ ma bisogna andare oltre segnalando il contenuto e la persona che l’ha condiviso, al team di Facebook (Twitter, Instagram ecc.) e, magari, alle associazioni che si occupano di questi temi ad es. Odiare ti costa, Parole O_Stili, movimento No Hate Speech.

Ovviamente pensieri del genere non si esauriscono sui social ma restano dentro, anche nella vita non virtuale. È importante partire dai social perché, come sancisce il Manifesto della Comunicazione Non Ostileciò che è virtuale è reale. Le parole in rete definiscono il pensiero di una persona: pubblicare la foto di un camino invitando la Senatrice Segre ad entrarvi non è diverso da imbrattare le targhe delle strade intitolate a vittime delle leggi razziali. È importante capire che le parole hanno conseguenze; nel primo caso l’autore del post è stato segnalato da Odiare ti costa che sta anche verificando la sua identità per una futura azione legale. Non è esagerato: ci saranno delle conseguenze per chi ha imbrattato le targhe a Roma, allo stesso modo devono esserci conseguenze per chi condivide un contenuto non appropriato sui social network.

Chi pensa che sia esagerato non prende in considerazione importanti fattori di cambiamento della società italiana. Nel libro Parole Sporche, Lorenzo Guadagnucci scrive della campagna di Giornalisti contro il razzismo: un esercizio di sostituzione della parola Rom con la parola Ebreo avremo un fioccare di titoli come “Emergenza Ebrei” o “Presentato il nuovo piano Ebrei”. L’obiettivo era dimostrare come l’antiziganismo, un tipo di razzismo ‘socialmente accettato’, trasformato in antisemitismo avrebbe fatto orrore. Quello che oggi dovremmo chiederci è se continuerebbe a fare orrore in una società che orrore sembra non provare mai.
L’antiziganismo, l’antisemitismo, l’omotransfobia, l’odio contro donne, i disabili, i neri non devono essere giustificati o incoraggiati, mai. L’odio contro una ‘categoria’ o contro una ‘razza’ porta alla perdita dell’umanità; diventerà più facile invitare all’odio verso l’altro p trasformare quell’odio in azioni non appropriate, ostili o violente.

Qualche settimana fa, la sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha sostituito i nomi delle strade intitolate ai firmatari del Manifesto della Razza con nomi di chi quel Manifesto si è rifiutato di sottoscriverlo fra cui la zoologa Enrica Calabresi, la fisica Nella Mortara e il medico Mario Calabresi. Oggi la stessa Virginia Raggi ha commentato il gesto con un tweet: “Imbrattate targhe delle strade intitolate la settimana scorsa a chi ha combattuto contro fascismo e razzismo, prima erano dedicate a firmatari del ‘Manifesto della razza. Gesto vergognoso’. Ripuliamo subito”. Ripulire è doveroso ma quello che è ancora più doveroso è far capire, alle nuove generazioni e a quelle non più tanto giovani che sono chiamate a dar il buon esempio, che quel gesto non è una goliardata ma qualcosa da condannare.

Nella Mortara si lauerò in Fisica all’Università di Roma nel 1916 e lavorò in via Panisperna con Enrico Fermi. Vittima di un maschilismo che le permise di arrivare non oltre il grado di docenza in ateneo, la Mortara fu radiata dall’università e da tutte le associazioni scientifiche in seguito alla promulgazione delle Leggi Razziali. Enrica Calabresi fu zoologa e docente di entomologia agraria. Ebrea, nel 1944 fu arrestata nella sua casa a Firenze per essere deportata ad Auschwitz ma fuggì a quel destino ingerendo del veleno che portava con sè. Mario Carrara fu cattedratico di Medicina Legale dell’Università di Torino, implicato in vicende che hanno appassionato l’opinione pubblica italiana come quella dello smemorato di Collegno. Da sempre socialista turatiano vicino a Giustizia e Libertà, quando nel 1931 gli accademici italiani furono costretti a giurare fedeltà al fascismo, Carrara si rifiutò perdendo cattedra e lavoro.

La speranza è che, continuando su questa strada, verranno intitolate vie e piazze anche ai partigiani Rom e Sinti che hanno contribuito a liberare l’Italia così come ad Hannover c’è Johann-Trollmann-Weg dedicata a quel Rukeli (l’albero) campione nazionale dei pesi medio-massimi, internato in un campo di concentramento e ucciso dal kapò Emil Cornelius dopo essere stato sconfitto sul ring da Trollmann. 

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